Perché un sito web? 
 
Ormai non potevo più evitarlo, non potevo continuare a dire “ci sto pensando” o “forse lo farò prima o poi” a tutti quelli che mi chiedevano se avevo un sito dove si potesse conoscere qualcosa di più sulle mie attività. 
E poi, visto che il “prima” è ormai passato, mi sono convinto che se un libro o una mostra possono cogliere l’attenzione di un certo numero di persone, per un tempo limitato ed in uno spazio circoscritto, una pagina web può essere vista in ogni momento ed in ogni luogo da un numero praticamente illimitato di persone.  
Dunque mi sono deciso ad affrontare i misteri del software, e  le sibilline istruzioni dei manuali, alla ricerca di una formula facile da usare e semplice da leggere. Non ho nessuna intenzione di creare un capolavoro di web design né un mostro pieno di effetti speciali, uno di quei labirinti che sembrano fatti apposta per far perdere al visitatore il senso dell’orientamento tra lampeggi ammiccanti e link verso l’ignoto. 
Il mio scopo non è vendere né convincere, ma solo comunicare e condividere la mia esperienza, i tentativi, gli errori ed i successi. Per questo, ciò che spero è riuscire a creare il più semplice e lineare canale di comunicazione tra me e chi  vorrà dedicarmi un minuto o un’ora del suo tempo. 
 
                                          Bio-grafia      -         Foto-grafia 
 
Quando e dove sono nato credo che importi poco o niente, e d’altronde io stesso non conservo memoria di quel giorno e di quell’epoca: evidentemente non è accaduto niente di eccezionale. 
Ricordo invece molto bene il giorno in cui ho iniziato a fotografare: avevo 12 anni, quasi 13, era il 13 di giugno e un mio zio mi aveva regalato questa “favolosa”  e tanto attesa Ferrania modello Eura. 
                                                                            
Non proprio questa, a dire il vero, ma una esattamente uguale, che non ho più perché quando si ruppe ne recuperai l’obiettivo per costruire il mio secondo ingranditore (per il primo avevo utilizzato una lente degli occhiali di mia nonna). 
Passarono gli anni e, fortunatamente, migliorarono i mezzi. Con una passione che non faceva sentire la fatica, mi dedicai allo studio dell’ottica e della chimica fotografica. I bagni per il processo di sviluppo-stampa bisognava prepararseli in casa, con i “chimici” comprati sfusi in farmacia, e la camera oscura era la scuola che insegnava quello che non si era imparato dai libri. Lunghe notti di sperimentazione prima,  attività professionale poi, e poi ancora ricerca e sperimentazione sul bianco/nero e sue varianti, diacolor, stampa colore. 
Racconto questo per evitare il ripetersi dell’equivoco in cui a volte incorre chi, vedendomi lavorare oggi esclusivamente con la tecnica digitale, insinua che io abbia scelto quella che alcuni si ostinano a considerare una facile scorciatoia. In realtà alla tecnica digitale, come dicevo, sono arrivato dopo un lungo percorso attraverso le varie tecniche analogiche, e partendo da un livello veramente primordiale. D’altro canto non considero il digitale una scorciatoia, ma piuttosto un’estensione delle possibilità tecniche e delle opportunità espressive a cui sarebbe insensato rinunciare, anche se imparare a fare una cosa diversamente da come si è abituati a farla è inevitabilmente una complicazione che non tutti sono disposti ad affrontare. 
Se poi qualcuno si fa prendere la mano dal mezzo e perde di vista il fine, producendosi in un’apoteosi tecnicistica, o più modestamente riprende immagini del compleanno con il telefonino, nessuno scandalo, ognuno si diverta come gli piace. E se si sente artista, meglio ancora, è una gran gratificazione sentirsi artisti, ed io credo che sia già sufficiente sentirsi artisti per esserlo, purché non sia una messinscena e si sia onestamente convinti di ciò che si fa.  
Altra cosa é essere compresi, ma qui il discorso si farebbe complesso, in bilico tra filosofia, psicologia e leggi del mercato, per non parlare dei fuorilegge. 
Sto parlando di arte in relazione con la fotografia, o meglio di fotografia in relazione con l’arte, dunque penso che la fotografia sia un’arte? E’ in questi termini che molti si pongono, ed a volte mi pongono, il quesito. 
La mia risposta è “No” la fotografia non é di per se stessa arte, come non lo sono la pittura, la scultura, la letteratura, la musica, la danza… né altro. 
La fotografia è semplicemente una tecnica, come non sono altro che tecniche la pittura e tutte le altre forme espressive. 
Se, ad esempio,  la pittura fosse di per sé un’arte, sarebbe automaticamente un artista chiunque usasse la tecnica della pittura, anche se fosse appena capace di sporcare una tela. 
Credo invece che l’arte, se esiste, sta in ciò che si riesce a creare, utilizzando una qualsiasi tecnica (e non ci sarebbe ragione di escludere la fotografia), e nel modo di utilizzare la tecnica stessa per produrre un’opera.  
Ma che cos’è l’arte? 
Ci devo riflettere. 
 
 
                                                 ( Qualche tempo dopo) 
 
Che cos’è l’arte?   
Avevo lasciato questo interrogativo aperto, é passato del tempo, non tutto impiegato per pensarci, ma ci ho  pensato, o meglio, ci ho ripensato, dato che non é nuova la questione.  
Non l’ho fatto per trovare la risposta, che evidentemente non esiste trattandosi di un argomento non tecnico ma filosofico e quindi soggetto a valutazioni inevitabilmente relative, ma solo cercando di tradurre in una formulazione sintetica ed intelligibile il mio personale, relativo, controvertibile e provvisorio punto di vista.  
Dunque, credo che l’arte sia un tentativo, non necessariamente coronato da successo, di trasferire, su qualcosa di tangibile, visibile e/o udibile, una sensazione talmente forte ed incontenibile da generare nell’artista la necessità impellente di alleggerirsene, almeno in parte, materializzandola  per renderla condivisibile. A volte la condivisione risulta ampia, altre volte circoscritta, altre ancora nulla, é ancora arte? Sì: se esiste il tentativo di condivisione, l’operazione rientra comunque nella sfera dell’attività artistica, senza successo ma artistica. 
Infatti, considero un malinteso l’idea generata dall’uso frequente del termine “arte” e dei suoi derivati nel senso di qualcosa di eccelso, superiore: essere un artista nel fare qualcosa vuol dire, secondo questa accezione, farla benissimo. Se così fosse, sarebbe impossibile essere un pessimo artista, sarebbe una contraddizione in termini, ma non esistono forse pessimi pittori o noiosissimi musicisti? Esistono, e credo che possiamo definirli tranquillamente pessimi artisti, ma pur sempre artisti, se veramente compiono quel tentativo di comunicazione e condivisione che secondo me dovrebbe  contraddistinguere l’attività artistica. 
Altra cosa è il bluff, il nulla travestito, la circonvenzione d’incapace operata da coloro che, del tutto immuni da quella incontenibile pulsione comunicativa, operano in diversi ruoli nell’area della  pseudoarte a fini di lucro e/o  vanagloria. Ma questa è patologia che affligge il mercato dell’arte, e preoccuparsene è compito dei mercanti, degli acquirenti e di coloro che sono per professione critici d’arte. 
Evidentemente ho molto schematizzato e sintetizzato un tema che meriterebbe ben più ampia trattazione, ma questo non è il luogo indicato per un trattato, nè sono io la persona indicata per scriverlo.